30.3.10
Il viale alberato



Rincorri, senza sosta, l'uomo nero che è dentro di te.
Quello che ti conosce, fino in fondo, meglio di quanto chiunque altro possa soltanto lontanamente immaginarti.
Alzi il bavero del tuo lungo cappotto nero, gli occhi ai lacci delle scarpe.
Quel vento che tanto e tante volte ti ha coccolato oggi non è altro che una brezza che sposta le foglie.
Non è più il respiro di chi ti toglie via il dolore.
Scorgi migliaia di foglie uguali, ma tutte infinitamente diverse.
Rivedi in loro la faccia di tuo padre, che nemmeno a cinquant'anni sei riuscito davvero a dimenticare.
Ricordi il tuo primo amore, il tuo ultimo amore.
Tutti quelli di mezzo.
Cammini, ancora, volutamente, infinitamente, solo.
I pugni chiusi, ben stretti, dentro lunghe tasche cucite più e più volte.
Non vedi altro che buio.
Autunno senza confini.
Ricordi quando a vent'anni camminavi per lo stesso viale.
Eri già così, soltanto che allora avevi ancora molti perchè.
Oggi, dopo trenta lunghi anni, percorri lo stesso viale alberato, con in testa soltanto un'unica domanda.
Ti chiedi solamente quando hai smesso di chiederti perchè.
Il destino è quello che ci capita quando non ce lo aspettiamo, diceva Proust.
Eppure, nel mio destino altro non ho voluto che ci fossi Tu ad aspettarmi.
Ho desiderato ardentemente che, finito il lungo viale, una piccola casa in mattoni attendesse il mio ritorno.
Ho desiderato amarti alla follia, vederti brillare gli occhi ogni volta che svoltavo la curva.
Ho desiderato sentire il rumore dell'acqua che si chiudeva, perchè tu sentivi il rumore delle foglie schiacciate dai miei passi.
Ho desiderato vedere una bambina dai lunghi riccioli mori corrermi incontro gridando "Papà!".

Ho desiderato tutto questo e tanto altro, ma soprattutto ho desiderato di avere, giorno dopo giorno, ancora una speranza.

Oggi ho chiesto di rivedere ancora Parigi, ieri ho chiesto di sentire di nuovo suonare il violinista alla fermata della linea blu.

Non so ancora ciò che chiederò di sperare domani.

Soltanto piccoli fugaci momenti in una vita che è troppo breve soltanto quando ci siamo accorti che è troppo tardi per il punto di non ritorno.

Non amiamo come dovremmo fare, non coltiviamo amicizia che rimangano tali nel tempo, non riusciamo nemmeno a capire ciò che è giusto o sbagliato mangiare.

E allora, a volte, preferisco così.

Un buon libro sottobraccio, lunghe dita affusolate dentro al cappotto, un lungo viale alberato davanti a me.

Non voglio smettere di camminare.
 
posted by F. Parisi at 23:24 | Permalink | 0 comments
5.2.10
Solo un grande, immenso dolore.
 
posted by F. Parisi at 18:52 | Permalink | 2 comments
2.2.10
Flebili muri d'acciaio
E mentre provi a combattere contro i mulini a vento, veloci scorrono via immagini di una vita che non è più tua.
Un bambino su un marciapiede che piange nel vuoto, tenendo stretto a sè soltanto quel pupazzo a mò di orso che da quando è nato piange con lui.
Una vecchia signora in carrozzina, lasciata da parte all'Ikea mentre badanti più giovani discutono su quanto queste mese possono permettersi di trucchi e stronzate varie.
Lo sguardo di una ragazza in metro che chiude la conversazione al telefono, probabilmente con qualcuno che difficilmente potrà restituirle appieno il suo sorriso.
Vivi tenendoti impegnato, senza pensare, crollando quando sei solo, quando sotto la doccia le tue lacrime non fanno altro che scivolare via con l'acqua che ti piove addosso.
Ti alzi la mattina cercando di togliere i peccati dal mondo, ma come puoi tu, che ne sei il primo ogni alba d'inverno?
E allora rimani lì un pò cosi, dentro quel box di vetro e lacrime, a lavar via con te quei dispiaceri che ogni giorno la vita ti da, cercando di guardare in alto le gocce cadere, e sperare che tra di loro ci siano anche piccoli momenti di felicità, che ti danno la forza, di nuovo, giorno dopo notte, alba dopo tramonto, di aprire di nuovo la maniglia della doccia.
 
posted by F. Parisi at 10:58 | Permalink | 1 comments
31.1.10
Se vi dicessero
Se vi dicessero che la vita è fatta per sognare, muoversi, soffrire e sperare, voi come la vivreste?
Se ti dicessero che, in realtà, l'attimo vissuto l'hai già perso, e lotti continuamente con te stesso per arrivare a quello dopo, e una volta che vi approdi bè, quell'attimo lì, quell'attimo lì l'hai già passato, tu, tu come ti comporteresti?
Una sera di queste appena trascorse passeggiavo per Venezia, stanco dalle giornate un pò noiose e un pò annoiate, stupito nel vedermi ascoltare mentre semplicemente inizio a parlare.
Passeggiavo a fianco di ragazzi e ragazzi, con sogni, problemi, amori e passioni, accenti diversi ma in fondo tutti uguali, e mi domandavo dov'erano stati questi ragazzi e queste ragazze, fino ad adesso.
Ho visto la determinazione negli occhi di un'emiliana, di quelli che non ti possono far altro che provare stima, immensa, e voglia di augurargli ogni cosa, sempre più bella.
Senza cinismo, senza invidia.
Soltanto una voglia matta di vederla felice.
Poi ho visto, negli occhi di quella stessa ragazza, la paura e l'insicurezza, dettata da qualcosa forse di troppo grande per capirlo in cinque brevissimi giorni.
Ci ho visto la voglia di vivere e di amare, o forse soltanto di provare un'avventura con la "C" aspirata. Mi son sentito più piccolo di quanto son mai stato fino ad oggi vedendola scalare un muro di ghiaccio, che voglia matta di poterle buttare una corda e tirarla su il più in fretta possibile.
Ho visto la spensieratezza negli occhi di una papera, l'essere donna e ragazza allo stesso tempo, il sapersi fare strada, il sorridere e il voler arrivare.
Ci ho visto l'essere un buon amico senza saperlo, senza chiederlo e senza volerlo.
L'ho visto arrivare, da lontano, senza averlo mai visto, l'ho visto sedersi, l'ho visto guardarmi, l'ho visto semplicemente chiedere qualcosa che qualcun'altro mai aveva chiesto.
Ho visto un muro di Milano, di quelli che ti sembrano tanto facili da scalare ma che all'ultimo, quando vedi la vetta, diventano ripidi, scivolosi, lontani.
Ci ho visto dentro un pò di me stesso.

Ho visto vivere Venezia come non vedevo vivere me stesso da tanto.

Se vi dicessero che è possibile vivere senza accorgersene, ci credereste?
 
posted by F. Parisi at 13:18 | Permalink | 2 comments
11.11.09
Gli occhi gettati laggiù
 
posted by F. Parisi at 11:27 | Permalink | 0 comments
9.11.09
Grazie di tutto
Auguri, capitano.


 
posted by F. Parisi at 10:25 | Permalink | 2 comments
12.10.09
Dentro al mare, sempre più giù
Le scuri sbattono forte quando il vento si colora di tempesta.
Quel verde speranza di sogni colorati diventa buio come l'infinito.
Quel tuo urlo in mezzo alla pioggia è schiacciato a terra come un moscerino.

La verità è che fatico a prenderti le mani, non riesco a stringerle e a trascinarti con me.
Non so nemmeno il perchè, se sono io che non sono abbastanza o se sei tu che sei troppo.
Troppo per sopportare quell'ex, che sa di presenza fastidiosa e che non ti toglie dalla testa che non sei solo.
Troppo per sopportarne addirittura due, e non è abbastanza sapere che, a malincuore, sono stati tutta la tua vita.

Sono cresciuto troppo e troppo in fretta per soffermarmi sugli scambi da adolescente.
Mentre a sedici anni una forza troppo grande ti sconvolgeva la vita, rovinandoti il presente, il passato e il futuro, già da tre anni combattevo per nuotare in un mare denso di merda, che altro non faceva che tirami giù.
Ho creduto che avrei avuto il mio tempo, prima o poi.
Ho pensato che sarebbe arrivato anche il mio turno, che anche io avrei potuto fare l'idiota senza starmi troppo a preoccupare delle conseguenze.
Ho sperato che quel fottuto amico d'ogni giorno crescesse con me, e mi facesse crescere con lui.

Ora sei a Tokyo, e come ho già ammesso con me stesso, la tua presenza nel giornaliero è incombente. Ti ho voluto e ti voglio bene come ho sempre fatto, ma non perdonerò mai quegli inutili e dolorosi scambi, dovuti a una gelosia che, tutto sommato, potevi infilarti nel culo.

Le scelte, seppur singolari, si compiono in due.
E non con due persone distanti, differenti.
Si compiono in due perchè le si fa con sè stessi.
Con il proprio lato esterno, quello che ci permette di appartenere o meno a un gruppo di amici, a una famiglia, a una morosa.
Poi, ed è qui che crollano i più, si fanno i conti con il proprio Io.
Quello buono e quello cattivo, quello che ti dice ciò che è giusto o sbagliato, quello che ti fa accendere quel barlume di follia o ti bacchetta le mani, come un fottutissimo buon amico.

La vita è delicata e troppo breve per soffrire così.
Così senza un motivo proprio, rincorrendo fantasmi amorosi, contestando comportamenti soggettivi, inseguendo un sogno chiamato felicità.
Bisogna liberarsi di preconcetti fallati, dettati dall'inutilità societaria che ti dicono che il piumino di Burberry è figo, e se non ce l'hai sei soltanto un sudicio ed inutile pezzo di società.

Si può amare qualcuno, se non si riesce nemmeno ad amare sè stessi?

E così che finisci sempre più giù, in quel mare colorato di tutto, tranne di quello che ti aspettavi laggiù.
 
posted by F. Parisi at 20:08 | Permalink | 0 comments