"La vedi quella luce?"
"Di quale luce parli?"
"Quella che si vede di là, dietro a quella collina."
"Giacomo, quale luce?"
"Come fai a non vederla? E' lì, proprio dietro quella valle bianco perla, dietro a quelle nuvole amiche."
"Giacomo... Ti voglio bene."
"Anche io, Fabri, anche io."
Giacomo se n'è andato sei anni fa.
Sei anni fa oggi.
Non è vero che ogni giorno è nella mia mente.
Odio quelli che dicono così, quelli che rispettano le persone soltanto quando non ci sono più.
Le persone vanno rispettate, e se possibile, amate, quando ci sono, perchè non si sa se un domani ci sarà, ed è meglio averle accanto ora, che non averle accanto più.
Giacomo non è tutti i giorni nella mia mente, ma so che è tutti i giorni nel mio cuore.
Non ho un cuore così grande, ma per persone come lui soppalcherei anche l'intestino, pur di trovare un posticino.
Cosa fanno le persone che se ne vanno?
Credo che, in tutti i casi, riescano a vederci, ancora oggi.
Riescano a capire perchè facciamo certe scelte, perchè diciamo certe cose, perchè speriamo che loro ci vedano.
Non credo in Dio, o per lo meno non me ne sono mai accorto.
Sono quello che oggi è definito agnostico, ossia quello che non rinnega l'esistenza di una persona al di sopra del tutto, ma non crede vere nemmeno le prove e le testimonianze che assicurano la sua esistenza.
Un pò come Tommaso, uno che se non vede, no no, non crede.
Ero alle materne, in un paesino chiamato Villanova.
Quattro, cinque anni.
Non di più.
Giocavo a quel gioco che noi chiamavamo "Al lupo", quello in cui uno rincorre tutti, e se riesce a prendere un altro poverino che corre affannosamente per tutto il parco, automaticamente passa da cacciatore a preda.
Ricordo che Giacomo era il lupo, e io correvo, correvo come un pazzo, ma lui era più veloce di me, già allora.
Esisteva una tana, ovviamente, e io la vedevo distante una trentina di metri.
Trenta, eh, non di più.
Eppure mi sembravano almeno un milione di chilometri, tanti quanti da qui alla Luna.
Ricordo che girai veloce perchè pensavo di accorciare la strada, quando mi bloccai.
Mi bloccai perchè un piccolo imprevisto, chiamato anche "lacagarellachetifregaquandostaifacendoqualcosachetidivertemanonpuoipropriononfarla" si insinuò dentro di me, e mi bloccò.
Ovviamente, di colpo tutta la corsa non sembrò più tanto importante, e la vergogna che mi salì fu devastante.
Avevo quattro anni, è vero, ma quelle figure di merda le riconosci al volo.
Giacomo mi prese, mi toccò una spalla e mi corse davanti gridando "Sei tu il lupo! Sei tu!", ma dopo pochi metri si girò, vedendo chiaramente che non lo stavo inseguendo, che in quel momento il gioco era finito.
Tornò indietro, credendo che scherzassi, credendo che, avvicinandosi, l'avrei toccato di nuovo per scappare via ridendo a crepapelle.
Poi capì che non stavo scherzando.
Si avvicinò, e mi guardò.
Rimasi a testa china, con la coda tra le gambe e la vergogna come mantello.
Lui mi guardò e, non so come, capì.
Mi appoggiò un braccio attorno alle spalle, e senza scherzi, senza risate, mi disse semplicemente: "Andiamo."
Ero uno di quei bambini che non si portava il cambio dietro.
Non perchè non mi andava, semplicemente perchè non l'avevo, giorno per giorno, un cambio di riserva in situazioni così.
Giacomo mi prestò un paio di mutandine e la sua tuta da ginnastica.
Mi ricordo che tenne la porta chiusa, controllando come una vera guardia l'ingresso del bagno.
Mi pulii alla svelta, con gli occhi gonfi di lacrime.
Ricordo anche che mi fece ridere, dicendo che a costo di non far entrare nessuno si sarebbe lanciato in guerra come Batman.
Batman forse non va in guerra, ma in quel momento mi fece ridere, mi fece stare meglio.
Uscii dal bagno, ancora visibilmente triste per la vergogna che provavo.
Lui mi sorrise, aspettò un secondo e disse: "Tranquillo... Sei tu il lupo!" e corse via, ancora più veloce di prima.
Io mi sentii felice, e corsi dietro a lui come una scheggia.
Ovviamente, non lo presi.
"Fabri, ora la vedi quella luce?"
"Sì, Giacomo, ora la vedo. E' bellissima quella luce."
"Di quale luce parli?"
"Quella che si vede di là, dietro a quella collina."
"Giacomo, quale luce?"
"Come fai a non vederla? E' lì, proprio dietro quella valle bianco perla, dietro a quelle nuvole amiche."
"Giacomo... Ti voglio bene."
"Anche io, Fabri, anche io."
Giacomo se n'è andato sei anni fa.
Sei anni fa oggi.
Non è vero che ogni giorno è nella mia mente.
Odio quelli che dicono così, quelli che rispettano le persone soltanto quando non ci sono più.
Le persone vanno rispettate, e se possibile, amate, quando ci sono, perchè non si sa se un domani ci sarà, ed è meglio averle accanto ora, che non averle accanto più.
Giacomo non è tutti i giorni nella mia mente, ma so che è tutti i giorni nel mio cuore.
Non ho un cuore così grande, ma per persone come lui soppalcherei anche l'intestino, pur di trovare un posticino.
Cosa fanno le persone che se ne vanno?
Credo che, in tutti i casi, riescano a vederci, ancora oggi.
Riescano a capire perchè facciamo certe scelte, perchè diciamo certe cose, perchè speriamo che loro ci vedano.
Non credo in Dio, o per lo meno non me ne sono mai accorto.
Sono quello che oggi è definito agnostico, ossia quello che non rinnega l'esistenza di una persona al di sopra del tutto, ma non crede vere nemmeno le prove e le testimonianze che assicurano la sua esistenza.
Un pò come Tommaso, uno che se non vede, no no, non crede.
Ero alle materne, in un paesino chiamato Villanova.
Quattro, cinque anni.
Non di più.
Giocavo a quel gioco che noi chiamavamo "Al lupo", quello in cui uno rincorre tutti, e se riesce a prendere un altro poverino che corre affannosamente per tutto il parco, automaticamente passa da cacciatore a preda.
Ricordo che Giacomo era il lupo, e io correvo, correvo come un pazzo, ma lui era più veloce di me, già allora.
Esisteva una tana, ovviamente, e io la vedevo distante una trentina di metri.
Trenta, eh, non di più.
Eppure mi sembravano almeno un milione di chilometri, tanti quanti da qui alla Luna.
Ricordo che girai veloce perchè pensavo di accorciare la strada, quando mi bloccai.
Mi bloccai perchè un piccolo imprevisto, chiamato anche "lacagarellachetifregaquandostaifacendoqualcosachetidivertemanonpuoipropriononfarla" si insinuò dentro di me, e mi bloccò.
Ovviamente, di colpo tutta la corsa non sembrò più tanto importante, e la vergogna che mi salì fu devastante.
Avevo quattro anni, è vero, ma quelle figure di merda le riconosci al volo.
Giacomo mi prese, mi toccò una spalla e mi corse davanti gridando "Sei tu il lupo! Sei tu!", ma dopo pochi metri si girò, vedendo chiaramente che non lo stavo inseguendo, che in quel momento il gioco era finito.
Tornò indietro, credendo che scherzassi, credendo che, avvicinandosi, l'avrei toccato di nuovo per scappare via ridendo a crepapelle.
Poi capì che non stavo scherzando.
Si avvicinò, e mi guardò.
Rimasi a testa china, con la coda tra le gambe e la vergogna come mantello.
Lui mi guardò e, non so come, capì.
Mi appoggiò un braccio attorno alle spalle, e senza scherzi, senza risate, mi disse semplicemente: "Andiamo."
Ero uno di quei bambini che non si portava il cambio dietro.
Non perchè non mi andava, semplicemente perchè non l'avevo, giorno per giorno, un cambio di riserva in situazioni così.
Giacomo mi prestò un paio di mutandine e la sua tuta da ginnastica.
Mi ricordo che tenne la porta chiusa, controllando come una vera guardia l'ingresso del bagno.
Mi pulii alla svelta, con gli occhi gonfi di lacrime.
Ricordo anche che mi fece ridere, dicendo che a costo di non far entrare nessuno si sarebbe lanciato in guerra come Batman.
Batman forse non va in guerra, ma in quel momento mi fece ridere, mi fece stare meglio.
Uscii dal bagno, ancora visibilmente triste per la vergogna che provavo.
Lui mi sorrise, aspettò un secondo e disse: "Tranquillo... Sei tu il lupo!" e corse via, ancora più veloce di prima.
Io mi sentii felice, e corsi dietro a lui come una scheggia.
Ovviamente, non lo presi.
"Fabri, ora la vedi quella luce?"
"Sì, Giacomo, ora la vedo. E' bellissima quella luce."

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