Credo che per credere in qualcosa ci voglia fede.
Non una fede verso qualcuno o qualcosa di definito.
Semplicemente fede.
Fede in un domani migliore di oggi, fede in un destino non sempre avverso, fede nell'amore.
Io in cosa ho fede?
Non lo so.
Come se mi chiedessero qual'è stato il dono amoroso più bello che ho ricevuto.
Non lo so.
Mi piace pensare che no, ogni ragazza non è per sempre, quello no.
Però mi piace pensare che, quando c'eravamo io e quella ragazza, Noi, bè, in qualcosa credevo.
Mi piace pensare che io, mia madre e mia nonna, anche se un giorno ci divideremo, porteremo nel cuore sempre quello che mi è stato insegnato essere giusto.
Mi piace pensare che nonostante tutto gli amici rimangano per sempre.
Non sempre è così.
Faccio spesso due sogni, due soltanto.
Due che si ripercorrono sempre, nella mia testa.
Uno molto infantile, quello che mi piace chiamare il vero sogno di sempre.
Sono in uno stadio, bellissimo, pieno di colori, pieno di gente che salta, ride, è felice ed in tensione al tempo stesso.
C'è chi grida, chi sospira o chi non fa altro che piangere.
Ci sono visi di ogni colore, ed ogni viso ha una sua espressione.
Passo veloce davanti alla curva ospite, poi alla tribuna, dove non ci sono vip, dove non ci sono distinzioni di sedie, di visuale, dove tutti sono alla pari.
Uno stadio senza barriere, senza poliziotti, senza armi.
Poi mi vedo.
Sono seduto in una panchina, con la maglietta della Nazionale.
Mi piace immaginarmi soltanto un bambino in mezzo ai grandi, in mezzo a quelli che contano.
Che però non decidono.
Sull'uno a uno, vedo il mister farmi un cenno, e so che mi vuole dire.
Lo ha fatto a tutti, quel cenno.
A tutti.
Tranne che a me.
Io però non ho perso la fede.
E l'ho visto, ogni volta dopo quel cenno, scuotere la testa, con occhi bassi, visibilmente deluso.
A me non l'aveva mai fatto.
Mi alzo, ho le gambe che tremano e ho la sensazione di avere tutti addosso.
Faccio il riscaldamento in un lato del campo, appartato.
E di colpo sparisce tutto.
Non sento più grida, non sento più urla, non sento più nessuno fiatare.
Ci siamo soltanto Io, il Mister e quel buffo tondo chiamato pallone.
Riguardo ancora l'allenatore.
Al rallentatore, lui si gira lento verso di me, mi guarda, mi fissa.
Annuisce soltanto, tornandosi a girare.
Il vice mi chiama, risvegliandomi da quel mondo appartato in cui eravamo soltanto noi tre.
E allora mi sento pronto.
Mi tolgo la giacca della tuta, torno verso la panchina e sono pronto per scendere in campo.
Prima, però, quasi per rispetto, piego la tuta, perfettamente, appoggiandola su una sedia a lato del campo.
"Ricordati il rispetto" mi sento dire.
E' la voce di mia madre, ma lei non c'è, so che non c'è più.
Alzo gli occhi al cielo, li riabbasso lentamente, mi giro e sono davanti a centomila persone.
Chi mi offende, mi chi mi incita, chi, semplicemente, ha bisogno di qualcosa in cui credere.
Entro, anche se mancano soltanto cinque minuti.
Sufficienti per cambiarti la vita.
Riesco a capire che sono in una finale, in una finale di coppa.
La Coppa del Mondo.
Contro il mio incubo di sempre.
Italia - Brasile è la finale dei miei sogni.
Appunto.
Squadre lunghe, stanche, magliette ingombre di sudore, speranza e fatica.
Il primo pallone lo sbaglio, ed è quello che mi uccide.
In un contropiede fulmineo, il Brasile arriva sottoporta portando due a uno il risultato.
Io mi giro verso la panchina.
E vedo il mister guardarmi, girarsi e scuotere la testa.
Poi vedo mia madre.
E, in alto, in quella tribuna senza più colori, soltanto una persona.
Mio padre.
La partita riparte, e io credo in qualcos'altro.
Scambio veloce con un compagno, lancio la punta che non si fa pregare.
Due pari.
Ma io non esulto.
Perchè queste sono soltanto scuse.
Dalla metà campo lanciano lungo, sento la maglietta tirare.
Non è soltanto tirare.
Sono Io contro tutto quello che non va.
E soltanto con più forza, più speranza posso scivolare via.
E allora rivedo tutte le immagini delle persone che hanno attraversato la mia vita.
Dalla prima persona che io ricordi, mio fratello.
La mia prima maestra, la mia prima morosa, la mia più grande morosa, gli amici più cari, le amiche che, già, si innamorano sempre a quel punto lì.
Sento il male, quello brutto che ho dentro e quello che c'è fuori.
E sono stanco di portarmelo addosso.
Lo scrollo, ci litigo, mi ribello.
La maglietta scivola via, io scivolo via, il cross scivola verso il centro.
E con il cuore, l'anima, la mente e il corpo scaravento dentro quel pallone.
Quello per cui so di avere seduto, quello per cui so di avere creduto.
E corro via, sotto tutto lo stadio, ad esultare per quei cinque minuti chi mi hanno cambiato la vita.
Ad esultare con tutti, per tutti, a vedere l'avversario che, con rispetto, mi guarda e mi stringe la mano.
Che a me non basta, perchè lo abbraccio.
Mi sveglio la mattina più felice, quando realizzo di aver fatto questo sogno.
Infantile, forse, sì.
Però felice.
Come?
L'altro sogno?
Bè, magari più avanti.
