1.5.08
Primo Maggio
Credo che per credere in qualcosa ci voglia fede.
Non una fede verso qualcuno o qualcosa di definito.
Semplicemente fede.
Fede in un domani migliore di oggi, fede in un destino non sempre avverso, fede nell'amore.
Io in cosa ho fede?
Non lo so.
Come se mi chiedessero qual'è stato il dono amoroso più bello che ho ricevuto.
Non lo so.
Mi piace pensare che no, ogni ragazza non è per sempre, quello no.
Però mi piace pensare che, quando c'eravamo io e quella ragazza, Noi, bè, in qualcosa credevo.
Mi piace pensare che io, mia madre e mia nonna, anche se un giorno ci divideremo, porteremo nel cuore sempre quello che mi è stato insegnato essere giusto.
Mi piace pensare che nonostante tutto gli amici rimangano per sempre.
Non sempre è così.

Faccio spesso due sogni, due soltanto.
Due che si ripercorrono sempre, nella mia testa.
Uno molto infantile, quello che mi piace chiamare il vero sogno di sempre.
Sono in uno stadio, bellissimo, pieno di colori, pieno di gente che salta, ride, è felice ed in tensione al tempo stesso.
C'è chi grida, chi sospira o chi non fa altro che piangere.
Ci sono visi di ogni colore, ed ogni viso ha una sua espressione.
Passo veloce davanti alla curva ospite, poi alla tribuna, dove non ci sono vip, dove non ci sono distinzioni di sedie, di visuale, dove tutti sono alla pari.
Uno stadio senza barriere, senza poliziotti, senza armi.
Poi mi vedo.
Sono seduto in una panchina, con la maglietta della Nazionale.
Mi piace immaginarmi soltanto un bambino in mezzo ai grandi, in mezzo a quelli che contano.
Che però non decidono.
Sull'uno a uno, vedo il mister farmi un cenno, e so che mi vuole dire.
Lo ha fatto a tutti, quel cenno.
A tutti.
Tranne che a me.
Io però non ho perso la fede.
E l'ho visto, ogni volta dopo quel cenno, scuotere la testa, con occhi bassi, visibilmente deluso.
A me non l'aveva mai fatto.
Mi alzo, ho le gambe che tremano e ho la sensazione di avere tutti addosso.
Faccio il riscaldamento in un lato del campo, appartato.
E di colpo sparisce tutto.
Non sento più grida, non sento più urla, non sento più nessuno fiatare.
Ci siamo soltanto Io, il Mister e quel buffo tondo chiamato pallone.
Riguardo ancora l'allenatore.
Al rallentatore, lui si gira lento verso di me, mi guarda, mi fissa.
Annuisce soltanto, tornandosi a girare.
Il vice mi chiama, risvegliandomi da quel mondo appartato in cui eravamo soltanto noi tre.
E allora mi sento pronto.
Mi tolgo la giacca della tuta, torno verso la panchina e sono pronto per scendere in campo.
Prima, però, quasi per rispetto, piego la tuta, perfettamente, appoggiandola su una sedia a lato del campo.
"Ricordati il rispetto" mi sento dire.
E' la voce di mia madre, ma lei non c'è, so che non c'è più.
Alzo gli occhi al cielo, li riabbasso lentamente, mi giro e sono davanti a centomila persone.
Chi mi offende, mi chi mi incita, chi, semplicemente, ha bisogno di qualcosa in cui credere.
Entro, anche se mancano soltanto cinque minuti.
Sufficienti per cambiarti la vita.
Riesco a capire che sono in una finale, in una finale di coppa.
La Coppa del Mondo.
Contro il mio incubo di sempre.
Italia - Brasile è la finale dei miei sogni.
Appunto.
Squadre lunghe, stanche, magliette ingombre di sudore, speranza e fatica.
Il primo pallone lo sbaglio, ed è quello che mi uccide.
In un contropiede fulmineo, il Brasile arriva sottoporta portando due a uno il risultato.
Io mi giro verso la panchina.
E vedo il mister guardarmi, girarsi e scuotere la testa.
Poi vedo mia madre.
E, in alto, in quella tribuna senza più colori, soltanto una persona.

Mio padre.

La partita riparte, e io credo in qualcos'altro.
Scambio veloce con un compagno, lancio la punta che non si fa pregare.
Due pari.
Ma io non esulto.
Perchè queste sono soltanto scuse.
Dalla metà campo lanciano lungo, sento la maglietta tirare.
Non è soltanto tirare.
Sono Io contro tutto quello che non va.
E soltanto con più forza, più speranza posso scivolare via.
E allora rivedo tutte le immagini delle persone che hanno attraversato la mia vita.
Dalla prima persona che io ricordi, mio fratello.
La mia prima maestra, la mia prima morosa, la mia più grande morosa, gli amici più cari, le amiche che, già, si innamorano sempre a quel punto lì.
Sento il male, quello brutto che ho dentro e quello che c'è fuori.
E sono stanco di portarmelo addosso.
Lo scrollo, ci litigo, mi ribello.
La maglietta scivola via, io scivolo via, il cross scivola verso il centro.
E con il cuore, l'anima, la mente e il corpo scaravento dentro quel pallone.
Quello per cui so di avere seduto, quello per cui so di avere creduto.
E corro via, sotto tutto lo stadio, ad esultare per quei cinque minuti chi mi hanno cambiato la vita.
Ad esultare con tutti, per tutti, a vedere l'avversario che, con rispetto, mi guarda e mi stringe la mano.
Che a me non basta, perchè lo abbraccio.

Mi sveglio la mattina più felice, quando realizzo di aver fatto questo sogno.
Infantile, forse, sì.
Però felice.

Come?
L'altro sogno?

Bè, magari più avanti.
 
posted by F. Parisi at 23:21 | Permalink | 1 comments
30.4.08
Un bacio umido
Come ve lo immaginate un bosco?
Profondo, chiaro, scuro, allegro, pieno di alberi fitti...
Come?
Idealizzate un immagine e pensateci.
Martina mi ha detto che la tua immagine di bosco rappresenta la tua immagine inconscia di vita.
Fortunatamente io ho immaginato un bel bosco.
Mi ha fatto stare un pò meglio sapere che, in fondo, tolte le mie mille lamentele non sto male in questa vita.
Ho sbagliato tanto e troppo fino ad ora, sopratutto perchè le mie vere idee generali, quelle che soltanto tu sai e dovresti sapere non sono mai uscite.
Solo da poco, e grazie anche a te, Lisa, mi sento davvero me stesso.
Tranquillo, coerente e tutto sommato, felice.
Felice della mia adolescenza, brutta, ma costruttiva.
Felice di quello che sono, di quello che riesco a dare quando sto bene.
Felice di lavorare, meno di studiare, ma felice di essermi messo in testa cose importanti, come dimostrare che tutti gli sforzi, il mantenersi da solo, l'aiutare davvero le persone siano fondamentali per stare bene.
Bene con sè stessi.
E non me ne frega un cazzo se le scarpe hanno un buco, i miei jeans non costano trecento euro o non vado dove va la gente figa.
Non mi importa.
Mi basta sapere poche cose, sapere che tutto sommato quando gira male, prima o poi girerà meglio.
Stasera hai letto, eh?
Chissà cosa avrai pensato.
Tranquilla, qualsiasi cosa tu abbia pensato, bè, è sbagliata.
E forse un giorno smetterai di tirartela (ironicamente, s'intende) e vedrai chi sono davvero.
Parto.
Quando?
Per dove?
Non lo so nemmeno io.
Però ho tante, tante idee in testa.
Finalmente belle.
Libere da pensieri opprimenti, da se, da forse e da però.
Son contento così, e rido quando vedo qualcuno quasi suicidarsi per cose assolutamente futili.
Come minimo domani mi cadrà qualcosa in testa.
Però dai, una notte tranquilla lasciamola passare.
Un bacio, umido, di quelli che mi mandava sempre la Sara.

Buonanotte.
 
posted by F. Parisi at 03:02 | Permalink | 0 comments
28.4.08
Tanti, tanti, tanti pensieri
Sono abbastanza tranquillo in questo periodo.
Non so, sono sempre nella stessa situazione di prima, però qualcosa mi da la forza per andare avanti tranquillo, senza stare troppo a deprimermi.
Mi riconosco, me ne accorgo, so che sono diverso, diversissimo da un anno fa.
So di essere diverso perchè in ogni frazione, in ogni momento, sopratutto in ogni evento, ci penso, ragiono, con calma, senza volere tutto al volo, senza pretendere troppo da una fortuna che, ormai abbiam capito, sulla mia strada ci passa poco volentieri.
Però va bè, a me non importa, non ci faccio troppo caso, e quindi vado avanti.
Sto per finire il mio primo mese di lavoro al Roadhouse, che forse rimarrà anche l'unico.
Un pò troppe coincidenze mi hanno portato su questa decisione.
Io non credo troppo al destino, però forse è giusto così.
Peccato, lì dentro ci sto davvero bene.
Sono me stesso al cento per cento, forse perchè non ho avuto bisogno di presentare il mio passato per essere accettato lo stesso, e ne sono felice, perchè con ogni persona che ho parlato lì dentro ho creato un rapporto che, anche se non confidenziale con tutti, è comunque un sorriso, un come va?, un semplice ciao quando arrivi e quando vai via.
E sono davvero contento per alcune persone, senza far troppi nomi, con cui ho legato un pò di più.
Mi considereranno spesso e volentieri un cretino, però bè, un cretino buono, e io sto bene con loro, perchè non c'è solo gioco, non c'è solo pazzia.
Ogni giorno ho avuto modo di parlare un pò con ognuno e in ognuno scopri lati che non avresti mai nemmeno immaginato.
Ognuno con i suoi pensieri, il suo passato, le sue storie, il suo perchè lavora lì, il suo perchè di domani, il suo accento, che sia semplicemente bolognese, torinese, bresciano, padovano o mezzo trentino e mezzo sardo.
Persone che in ogni caso, credo proprio, ti accolgano senza troppi pregiudizi.
Poi va bè, per qualcuno c'è forse pure qualcosa di più, ma meglio fermarsi qui.
E così forse, a malincuore per le persone che lo formano, il Roadhouse prenderà una via diversa dalla mia, sperando che non sia così per tutto.
Ero in un periodo un pò triste, a causa di certi pensieri, sinceramente negativi, rivolti ad alcuni amici.
Poi tornando si sono dissolti, del tutto o quasi, in un paio di minuti, ed è stata una soddisfazione poter ridere e riabbracciare vecchie persone.
E ci troviamo a conoscere di più una certa S., che dice d'incantarsi sui miei testi, che tante volte hai visto mentre lavoravi, che soltanto pochissime volte hai considerato con almeno un ciao.
L'immaginavi diversa, e forse non è un male.
Però chissà, l'esperienza fin qui mi dice che prima di fidarsi davvero di una donna bisogna che ne passi, di tempo.
In pochissimi giorni ho scelto vie impegnative ma fruttuose.
Sono entrati pensieri in testa troppo grandi, troppo velocemente e troppo insieme, e quel che più mi piace è che sto cercando di tenerli a galla tutti quanti, e devo dire che per ora funziona.
Ho pensato, come detto, a una via diversa per il lavoro.
Entro qualche mese inizierò a mettere giù un mezzo piano per l'erasmus, destinazione preferita ovviamente Parigi, anche se sicuramente la scelta ricadrà altrove, probabilmente Spagna, per una mera ragione economica.
Con una scadenza un pò più a lungo termine ho prefissato i termini per la mia specialistica in una grande, grandissima città, che sogno da quando ero piccolino e che, per quello che vorrei fare un domani, è senza dubbio la base perfetta.
E ora si tratta soltanto di attendere.
Ho ragionato tanto anche su di te, Lisa, e devo dire che la delusione rimane sempre e comunque il primo sentimento che provo quando penso a te.
Puoi dire quello che vuoi, la realtà è sempre la stessa e te la ripeto: ti sei comportata in maniera identica a quella che una volta avrei potuto chiamare migliore amica, una certa Irene.
Se ti interessa sapere come siamo rimasti io e l'Irene, bè, lei finge in continuazione di voler recuperare un rapporto che non c'è più anteponendo sempre altre cose a quella che dice voler essere una sua priorità.
Quel che penso io è che ho nuovamente sbagliato a fidarmi di qualcuno.
Tutto qui.
 
posted by F. Parisi at 01:00 | Permalink | 0 comments