22.5.08
Partire
"Parigi... Parigi a me va bene... per non tornare più...".
E siamo di nuovo lì.
Lì, dove Lei è l'arrivo, dove Lei è la fine.
E di nuovo mi sembra soltanto di scappare.
Di avere paura di vivere appieno qualcosa, di essere consapevole forse di non meritarselo.
Non so come andrà e, sinceramente, non voglio saperlo.
Però so che qualcosa succederà.
Come è già successo.
Anche se non sempre è stato qualcosa di buono, non sempre è stato quel sorriso la mattina quando apri le finestre e sei felice di vedere che fuori, no, non che c'è il sole, ma che c'è vita.
Non tutto è giusto nella vita, non tutto quello che è il tuo passato può toglierti la voglia di guardare avanti con serenità.
Però ci sono cose che non puoi cancellare, per le quali non puoi smettere di piangere, piangere dentro.
E allora ti chiedi se davvero vale la pena rischiare, se davvero il coraggio può bastare per affrontare le cose a testa bassa o se semplicemente sei come sei sempre stato, arrendevolmente in fuga.
Non so come andrà e, sinceramente, non voglio saperlo.
Mi piacerebbe che qualcuno comprasse un biglietto, per rincorrere qualcosa a cui tiene.
Mi piacerebbe che qualcuno mi spiegasse, mi parlasse.
Mi piacerebbe che qualcuno mi sorridesse, mi desse la voglia di dire: "Hai sbagliato, non ti preccupare, però. Hai il tempo e, se vuoi, la voglia per rimediare."
Mi piacerebbe soltanto svegliarmi la mattina consapevole di essere stato male il giorno prima, già, ma felice di vivere il giorno dopo, perchè ogni giorno può essere una sorpresa, basta soltanto pensare che, se non quel giorno, la sorpresa spetta anche a te, prima o poi.
Forse non sarà come mi aspettavo, o forse sì.
Forse l'unica persona che non sa una parola d'italiano ma che, incredibilmente, mi capisce più di qualsiasi altro, riuscirà a darmi quella visuale diversa che no, proprio non vedo.
Guccini dice che Bologna è una piccola Parigi, e un pò è vero.
Soltanto un pò, s'intende.
Mi mancherà tutto ciò per il quale ho creduto.
Non è facile scrivere, così.

"E poi ci ritroviamo io e te, sempre qui, sempre sulla stessa fermata della linea Blu. Sempre lo stesso orario, sempre lo stesso vagone. Non sei puntuale, ma ti piace avere delle abitudini. Non sai neanche perchè, e sinceramente non lo so neanch'io. Però mi piace l'idea di pensare che tu dipinga, o suoni, perchè ti si vede in faccia che ami quel qualcosa che io riesco soltanto a sognare. Allora mi diverto a vestirti di colori diversi, di note intonate che ti escono dalle labbra increspate. Tu, i tuoi guanti neri e il tuo lettore. E mi chiedo come fai ad avere sempre quel viso, sempre quell'espressione a metà tra gioia e tristezza. Mi sono chiesto tante cose, durante questi viaggi. Questo è il mio ultimo, per il momento. Forse ripasserò tra qualche anno e tu sarai ancora così incredibilmente abitudinaria. Forse non viaggerai più con la tua solitudine addosso, forse avrai qualcuno con cui condividere la tua felicità. Scrivo di te perchè sei stata tu a darmi la forza di farlo, di prendere quel biglietto e di tornare. Non so quando e se ci rivedremo, ma nel frattempo, nell'attesa, mi sento di dirti grazie, e forse anche tu sai il perchè."
Parigi, 2005.

Parole scritte così, qualche anno fa, a qualche città di distanza.

Per una delle cose che amo più al mondo.


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posted by F. Parisi at 04:35 | Permalink | 1 comments
20.5.08
La maschera
Non so per quanto tempo vi sia capitato, ma so senz'altro che vi è capitato.
Viviamo ogni giorno di più in un mondo freddo, egoistico, solitario e malinconico.
Oggi, ad esempio, piove.
Già da qualche giorno piove.
Ed io sono senz'altro metereopatico, perchè non sorrido da qualche giorno.
E forse è anche giusto così.
Sì, perchè sono un pò di giorni che non mi sento bene, con me stesso.
Sento che non mi piace il modo di pormi con gli altri, il modo di relazionarmi con le persone.
Sento un vuoto, dentro, grandissimo.
Mi piacerebbe tirare via quel muro che ho con tutti, quello che non fa capire alla gente quando scherzo o quando dico sul serio, quello che non permette a nessuno di avvicinarsi e quello che, sopratutto, non riesce più a farmi innamorare.
Ne parlavo con Martina.
E' un periodo in cui sto rimettendo in discussione tutto.
Addirittura sono arrivato a pensare che non sono mai stato innamorato.
Ho chiesto ad Elia cosa vuol dire essere innamorati, e se lui lo è mai stato.
Mi ha detto che non sa cosa vuol dire essere innamorati ed amare, ma mi ha risposto così: "Ci sono cose, a volte, che faresti soltanto per la persona che credi di amare. Le faresti per qualsiasi cosa al mondo, e non ti domanderesti nemmeno il perchè. Semplicemente, le fai e stai bene così."
Allora ho ripercorso i passi che mi hanno portato fino a qui.
E sì, ci sono state tante, tantissime cose che ho fatto per lei, senza chiedermi nemmeno perchè.
E stavo bene così.
Allora amare vuol dire questo?
Vuol dire darsi totalmente a una persona, senza aspettarsi nulla, ma soltanto per il piacere di vederla sorridere per te?
Se è così, sono stato innamorato, già.
Ma allora perchè oggi, con nessuna, riesco a sentirmi tranquillo?
Perchè non ho le cosiddette farfalle nello stomaco?
Ho incontrato persone che mi hanno fatto male, nella mia vita.
Chi più, chi meno.
Ho il difetto di affezionarmi in fretta alle nuove persone.
Senza domandarmi se, per coloro che mi sono di fronte, sia la stessa cosa.
E tante, troppe volte sono finito con il sedere a terra, inerme contro il male stesso addosso a cui io, semplicemente, sbattevo.
E mi chiedo perchè, per sopravvivere oggi, devo sempre dimostrarmi felice, sorridente, senza pensieri e senza espressioni tristi.
Nonostante io a volte non voglia esserlo, mi sforzo di farlo.
E sono "costretto", proprio tra virgolette, perchè so che nessuno mi obbliga, ad essere così.
Ma va così.
Un pò perchè non mi va, non mi va proprio, di farmi vedere triste o pensieroso.
Un pò perchè tanti, tantissimi contano su quel Parry, o quell'Adriano, o quel Fra che bene o male sà sempre che fare, e che ti può ascoltare e farti vedere quelle prospettive che magari non immaginavi.
Sono stati giorni bui, per davvero.
Ho rivalutato tante cose.
Ho bisogno di parlare con un pò di persone, di capire cosa provo e cosa mi fanno provare.
Sono stanco di dover lottare, di dover vedere Parigi come l'inizio e la fine di ogni cosa, ogni volta.
Vorrei avere due case.
Una è qui, con chi penso mi voglia bene, con chi condivide con me giorno per giorno ogni piccola cosa, con chi amo, come mia madre, mia nonna e i miei amici.
Una vorrei fosse là, nella città che amo più di tutte.
Quella che, ovunque sei, puoi fermarti per un minuto e vedere quanto di bello la vita ti può dare.
Il cielo, la nebbia, il sole e la Senna.
I bateaux moches, gli artisti nel quartiere latino, la vista della città dal Sacro Cuore, Montmartre.
E poi quei posticini nascosti, sempre troppo cari per me, ma davanti ai quali mi fermavo a scrivere, col mio quadernino vecchio, un pò rotto ma che amo, e dentro al quale sono scritti quei pensieri che nessuno leggerà mai.
Ero partito con un post abbastanza malinconico, e avrei voluto scrivere molto di più.
Poi però una certa ...fiammetta è riuscita a riaccendere una di quelle giornate a cui non vorresti chiedere null'altro che un letto e quattro mura buie.
Mi ero fatto un'idea sbagliatissima di te, lo ammetto.
Ma quanto sono felice di essermi sbagliato, questo no, non lo puoi sapere.
E per questo ti ringrazio, per essere così, e per sorridere così quando ti canto "...and you'll never Silkepil..." anche se sai che è sbagliata, ma in fondo ti piace di più così.
Non so.
Per ora va così.
Ho imparato che quando va tutto male, la cosa migliore è aspettare.
Di solito funziona.
Io aspetto.
Magari le cose si sistemano da sole.
Una mano però diamogliela lo stesso.


P.s.: Grazie davvero, Fiamma.
 
posted by F. Parisi at 11:29 | Permalink | 2 comments