In fondo a una giornata dura, difficile e complicata, un pò disastrata e un pò dissestata.
Dura, in fondo, e difficile e complicata, quello soltanto sopra, in superficie.
Decido di chiudere gli occhi e di trovarmi dove voglio essere soltanto io.
Seduto su una piccola pietra, piccola il giusto per contenere me, che tanto grande in fondo non sono, e tutto me stesso, e solo per quello forse servirebbe qualcosa in più.
Siedo su una piccola pietra e sfoglio libri che non ho scritto io, inserendo dediche, sottolineando passaggi, mordendo il tappo di una vecchia bic nera, buttando gli occhi all'insù, ridendo da solo e parlando con un piccione.
Muccino dice che da piccolo era timido, strano, impacciato. Parlava con i piccioni.
Ho sempre pensato di essere l'unico pazzo che con i piccioni ci aveva chiacchierato per davvero.
Allora rido di nuovo, provando una strana sensazione sopra lo stomaco, tra il vuoto e il pieno.
A te che sei l'unica al mondo, l'unica ragione, dice Lorenzo.
Che una volta era un pazzo di nome Jovanotti, e diceva che lui era l'ombelico del mondo.
Io, lì dall'ombelico, mi sento soltanto un pò vuoto.
Mordo la bic, appoggio i libri con le dediche e mi alzo.
Sono su un molo, un piccolo porto di una cittadina vuota d'inverno, e vuota d'estate.
Un posto dove, quando peschi, peschi per davvero, perché con quella pesca ci mangi oggi, e forse anche domani.
E mi sento tanto piccolo pensando che, in fondo, non potrò mai davvero conoscere per davvero tutti quelli che, giorno per giorno, mi gettano un fiore, mi tirano un pugno, mi sfiorano appena o mi investono appieno.
Mai, fino in fondo.
Perché, in realtà, non avrai mai il tempo di capire nemmeno te stesso.
Sempre impegnato a scrivere dediche, parlare con i piccioni e riempire i vuoti dell'ombelico del mondo.
Ti fermerai una notte a casa di una sconosciuta, ci farai l'amore e scapperai via di nuovo, per l'ennesima volta, dentro a una macchina che sa tutto di te, che non ti ha avuto per sempre ma che ti vorrà con lei, anche domani.
Spingerai le mani tra i capelli, guarderai le borse degli occhi e ti chiederai dove hai perso la luce, o se mai l'hai avuta.
Ti fermerai in un bar, ordinerai qualcosa di leggero, e finirai per bere sfogandoti con quel barista che conosce tutti, ma che non conosce nessuno.
Allora di nuovo mi alzo, e mi dico basta, perché siamo tutti un pò clienti, e tutti un pò baristi. E facciamo avanti e indietro da un bancone che non è di nostra proprietà, ci è soltanto gentilmente concesso, per ora, da qualcuno che non conosceremo mai.
A volte cambiamo bancone, a volte cambiamo donna, a volte cambiamo whiskey.
Arriverà sempre un momento però dove luciderai il bancone nuovo, dove annuserai l'odore della pelle di una donna che sa di mare, e di cielo, e d'amore, dove prenderai in mano un bicchiere di un liquido caldo e ambrato e ti chiederai: perché?
E in fondo ti ritroverai di nuovo su quella pietra, a firmare dediche di libri che non hai scritto tu.
Tutte dediche, tranne su di un libro.
Su quel libro c'è scritto il tuo nome.
Lo apri, lo sfogli, ridi, sorridi, piangi, ti senti morire e poi rinascere.
Arrivando fino in fondo.
Trovando pagine bianche.
Allora decidi di smettere di scrivere dediche.
Decidi di scrivere un pezzo della tua vita.
Allora alzi gli occhi, li getti al cielo.
Lo sapevo che un giorno quel piccione sarebbe diventata una piccola colomba bianca.
Lo sapevo.

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