19.8.09
Io me ne vado
Giro il pomello d'ottone sapendo che dietro quella porta ci sei tu.
Con chi, però, no.
Passo l'isola della cucina, do uno sguardo al di là della veneziana semichiusa.
Il getto dell'irrigatore cerca di dare un contegno a quel cespuglio di gladioli e rose, un cespuglio affacciato sul sole, ma dimenticato da tutti, perfino da Dio.
Stacco a fatica la camicia dal corpo, fuori l'afa incolla anche i piedi sull'asfalto.
Prendo un bicchiere dalla credenza, mi scivola dalle mani, cade a terra.
Si frantuma.
Non abbasso nemmeno lo sguardo mentre vola verso il pavimento di marmo beige.
Mi fermo a guardare la mia mano.
Le venature ingrossate, un tremolio evidente.
Apro il rubinetto del lavello, lo lascio scorrere uno, due, cinque minuti.
Spingo la testa sotto l'acqua fredda, l'immergo fino a quando non sento il fiume dei pensieri scorrere a riva.

"Dove sei stato?"
A costruirmi un'altra vita, ad amare un'altra donna, a sfamare un'altra figlia.
"Non sono fatti tuoi."
"Dimmi dove diavolo sei stato. Perchè puzzi d'alcool e di sigarette e di lercio di strada? Perchè?"
Mi sono mischiato a chi ci vive davvero per strada, a chi fa la fame la vive giorno per giorno, e non ha bisogno di chiedersi perchè, non ha bisogno dei tuoi fottuti perchè, ha soltanto bisogno di come. Come riuscire a mangiare, come sopravviere al freddo la notte, come scappare dopo aver rubato da vestire.
"Te l'ho già detto. Non sono fatti tuoi."
"Io non ce la faccio più. Io sono stanca di te. Io voglio il divorzio."
Di quel fottuto dirigente della multinazionale dove lavori non sei stanca, però. Non sei stanca delle cene che ti offre, delle rose che ti manda, non sei stanca di come ti scopa sulla sua scrivania.
"Quella è la porta."
"Spero tu stia scherzando. Non mi puoi lasciare."
Io non ti lascio. Io con te non sono nemmeno mai stato. La tristezza di dodici anni di matrimonio, la macchina nuova, la casa più grande, un figlio terribilmente viziato. Non ti sei nemmeno accorta che le lettere di uno dei tuoi amanti ti sono cadute. Tutte. Mentre uscivi dalla porta principale.

Il sole, negli occhi, ti ci arriva quando stai facendo una curva.
E' nel momento in cui dovresti frenare e non lo fai, quando dovresti fermarti a uno stop e tiri dritto.
E' quando ti siedi nel prato di fronte a un bambino, lui ti guarda e se ne va.
Quando sei libero di poter scegliere, e invece di girare a destra o sinistra, scendi dalla macchina e ti accendi una sigaretta.

"Io non ti lascio. Io me ne vado."
 
posted by F. Parisi at 13:46 | Permalink |


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