Mi piacerebbe essere più buono.
Ho scoperto che in Cambogia eleggono "Miss Mina", una competizione nella quale ragazze sfigurate dalla guerra, che hanno perso uno, due, a volte tutti gli arti, si vestono da gran galà e concorrono, proprio come le nostre ragazze italiane, che svettano su tacchi vertiginosi e coprono a più non posso una macchiolina di cellulite.
Ho visto le foto di queste ragazze asiatiche sorridere alla loro vita, mettendosi ironicamente in gioco per un premio, a mio avviso, un pò fuori norma: una protesi e un ciclo di riabilitazione completo.
Ho sentito stringermi lo stomaco, impossibilitato dalla visione di una ragazza senza più le gambe, ondeggiare lentamente su un'amaca in riva al mare.
Una risata sbarazzina, due occhi pieni di luce, una forza di vivere che mi rende piccolo, pressochè insignificante.
Ho provato pena, dolore e impotenza, semplicemente guardando una foto.
Ho sentito quotidianamente lamentele per un dente, un mal di gola, un piccolo herpes, un braccio rotto.
Mi sono lamentato io stesso per malesseri, è il caso di dirlo, nulli.
Mi piacerebbe essere più buono.
Mi piacerebbe sapere di più.
Sto leggendo un libro del mio scrittore preferito.
Parla di una guerra che a me è sempre stata sconosciuta.
Sono passati oltre 40 anni ormai.
Mentre in mezzo mondo i sessantottini cercavano di farsi sentire, mentre l'uomo andava (forse) sulla luna, in un paese a ovest più di quanto il mio sguardo possa andare si combatteva un conflitto che riuscì a mandare all'altro mondo oltre settantamila occidentali e, assurdo, più di cinque (CINQUE) milioni tra soldati e civili vietnamiti.
Un massacro d'altri tempi, milioni di feriti e un esito disarmante per un paese distrutto.
Ho provato a parlarne con qualcuno, per conoscere meglio una storia cruenta che non permette più di restare indifferenti.
Mi sono sentito rispondere che il Vietnam non si sa nemmeno dov'è, che se è vicino alla Thailandia magari anche lì ci sono le prostitute, che una guerra manco si sapeva ci fosse stata negli anni '60.
Mi piacerebbe sapere (molto) di più.
Mi piacerebbe parlarti di più.
Ho tanto pensato a te stanotte.
Sei andata via che non sono nemmeno ventiquattro ore, e mi manca già il tuo profumo, l'odore della tua pelle sulla mia maglia, quegli occhi un pò sognanti e un pò stralunati.
Vorrei fare l'amore in una camera d'albergo, di quelle che sono sempre un pò in penombra, con le tende bianche che si muovono leggere, mosse da quella brezza marina che ti riempie i polmoni e non ti lascia più andare.
Vorrei accarezzarti i capelli mentre cerchi riparo nelle lenzuola che sanno di noi, mentre affondi la testa in un fresco cuscino di cotone, mentre stanca e felice ti lasci sopraffare dai sogni più belli.
Vorrei guardarti le fossette della schiena mentre respiri a pancia in giù, accarezzarti le guance e affacciarmi in balcone, col sole del mattino che fa capolino.
Fumarmi una sigaretta, guardando l'alba, riparato soltanto dalle prime luci del giorno, stiracchiando le dita dei piedi, sbadigliando appena, sentirmi in pace col mondo.
Vorrei prepararti la colazione, lasciartela lì su quel tavolino che chissà quanti amori ha già incontrato, vissuto, ascoltato.
Latte e caffè, una tazza di cereali, di quelli che piacciono a te, succo d'arancia e due croissants, di quelli che ti lasciano l'aroma del burro sulle mani tutto il giorno, quelli di Parigi, quelli di Fabio Volo.
Vorrei soltanto vederti sorridere.
Mi piacerebbe parlarti di più.
Mi piacerebbe sognare.
Sognare.
E non c'è bisogno di scrivere altro.
Quante cose mi piacerebbe fare.

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