8.7.09
A G.
Esiste una persona che ininterrottamente riesce a farmi sorridere.
E' una persona lontana.
In realtà, non tanto fisicamente, quanto invece materialmente.
Due piccoli, grandi mondi, che non hanno fatto che sfiorare, seppur a distanza, le loro orbite.
Credo di averti vista una, due volte al massimo.
Una maglia bianca, i capelli sciolti, un ciao dipinto in volto e un sorriso da persona sicura.
Sicura?
Chi lo sa.
Di certo, non io, e forse nemmeno tu.
Mi dici che hai 8 anni.
Otto semplici anni.
E io ti chiedo come sei, a otto stupendi anni.
Ancora non sai che, rispondendomi così, dicendomi di sentirti otto anni addosso ogni volta che senti una domanda così, bè, mi hai già risposto.
E mi hai detto qualcosa che di più bello non si può.
Senza falsa modestia, ami leggere, sei meno malinconica di me ma a volte non riesci a vedere il lato positivo della vita.
E' così emozionante ascoltare quello che, in pochi attimi rubati, riesci a trasmettere di te.
Ti trasmetto malinconia?
E poi ironia?
E tu, ci hai mai pensato tu a cosa trasmetti a tutta la gente che incroci giorno per giorno?
Al barista dei tuoi bar, al farmacista dietro l'angolo, al professore che ti spiega inglese?
Ci hai mai pensato?
No, io non credo.
Se ci avessi pensato oggi non mi avresti detto che fatichi a trovare il lato bello della vita, che spesso ti trovi a dover risalire in situazioni difficili.
Se ci avessi pensato, guardandoti con i miei occhi, avresti visto una persona piena, di ironia, di intelligenza, di senso pratico e femminilità.
Una splendida bambina di otto anni rinchiusa in un corpo di quella di ventuno.
Dici che ti sei sentita nuda.
Rivestiti, subito, presto.
Non puoi prendere freddo.
Non puoi lasciare che le parole ti scorrano addosso provocandoti brividi che forse non vuoi.
Mi hai chiesto come sono io.
Io ho evitato.
Ti posso dire questo di me.
Per mesi, anni, il gioco era correre.
Ho imparato a correre ogni volta più forte, ogni volta più in alto, per saltare ostacoli sempre più grandi.
Ogni giorno mi alzano l'asta.
Cinque centimetri.
Cinque centimetri.
Altri cinque centimetri.
Allora, come un bambino di otto anni, dico al giudice di gara: "Alziamo."
Chi sono io non te lo so spiegare, in ventun'anni ho provato e riprovare a definire i miei limiti, le mie sensazioni, i miei amori.
Mi dici che non sei così solo quando sei innamorata.
Allora ti auguro di rimanere innamorata tutta la vita.
Battendo una mano sulla spalla del tuo lui e dicendogli: "Bravo, davvero."
Ho detto che ti eri guadagnata una cosa.
Di certo, sicuramente, mi devi un caffè.
Forse pure qualcosa di più.
Un addio per un caffè, un arrivederci per un "Pronto?", un ciao per un gelato.

Continua a far sorridere la gente, questa te ne sarà grata.

Ma, soprattutto, trova una persona che faccia sorridere te.
Per questo, tu riuscirai a sbocciare.
 
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7.7.09
I piccioni
Quando ho deciso di chiudere gli occhi stasera l'ho fatto perché sentivo di essere arrivato in fondo.
In fondo a una giornata dura, difficile e complicata, un pò disastrata e un pò dissestata.
Dura, in fondo, e difficile e complicata, quello soltanto sopra, in superficie.
Decido di chiudere gli occhi e di trovarmi dove voglio essere soltanto io.
Seduto su una piccola pietra, piccola il giusto per contenere me, che tanto grande in fondo non sono, e tutto me stesso, e solo per quello forse servirebbe qualcosa in più.
Siedo su una piccola pietra e sfoglio libri che non ho scritto io, inserendo dediche, sottolineando passaggi, mordendo il tappo di una vecchia bic nera, buttando gli occhi all'insù, ridendo da solo e parlando con un piccione.
Muccino dice che da piccolo era timido, strano, impacciato. Parlava con i piccioni.
Ho sempre pensato di essere l'unico pazzo che con i piccioni ci aveva chiacchierato per davvero.
Allora rido di nuovo, provando una strana sensazione sopra lo stomaco, tra il vuoto e il pieno.
A te che sei l'unica al mondo, l'unica ragione, dice Lorenzo.
Che una volta era un pazzo di nome Jovanotti, e diceva che lui era l'ombelico del mondo.
Io, lì dall'ombelico, mi sento soltanto un pò vuoto.
Mordo la bic, appoggio i libri con le dediche e mi alzo.
Sono su un molo, un piccolo porto di una cittadina vuota d'inverno, e vuota d'estate.
Un posto dove, quando peschi, peschi per davvero, perché con quella pesca ci mangi oggi, e forse anche domani.
E mi sento tanto piccolo pensando che, in fondo, non potrò mai davvero conoscere per davvero tutti quelli che, giorno per giorno, mi gettano un fiore, mi tirano un pugno, mi sfiorano appena o mi investono appieno.
Mai, fino in fondo.
Perché, in realtà, non avrai mai il tempo di capire nemmeno te stesso.
Sempre impegnato a scrivere dediche, parlare con i piccioni e riempire i vuoti dell'ombelico del mondo.
Ti fermerai una notte a casa di una sconosciuta, ci farai l'amore e scapperai via di nuovo, per l'ennesima volta, dentro a una macchina che sa tutto di te, che non ti ha avuto per sempre ma che ti vorrà con lei, anche domani.
Spingerai le mani tra i capelli, guarderai le borse degli occhi e ti chiederai dove hai perso la luce, o se mai l'hai avuta.
Ti fermerai in un bar, ordinerai qualcosa di leggero, e finirai per bere sfogandoti con quel barista che conosce tutti, ma che non conosce nessuno.
Allora di nuovo mi alzo, e mi dico basta, perché siamo tutti un pò clienti, e tutti un pò baristi. E facciamo avanti e indietro da un bancone che non è di nostra proprietà, ci è soltanto gentilmente concesso, per ora, da qualcuno che non conosceremo mai.
A volte cambiamo bancone, a volte cambiamo donna, a volte cambiamo whiskey.
Arriverà sempre un momento però dove luciderai il bancone nuovo, dove annuserai l'odore della pelle di una donna che sa di mare, e di cielo, e d'amore, dove prenderai in mano un bicchiere di un liquido caldo e ambrato e ti chiederai: perché?
E in fondo ti ritroverai di nuovo su quella pietra, a firmare dediche di libri che non hai scritto tu.
Tutte dediche, tranne su di un libro.
Su quel libro c'è scritto il tuo nome.
Lo apri, lo sfogli, ridi, sorridi, piangi, ti senti morire e poi rinascere.
Arrivando fino in fondo.
Trovando pagine bianche.

Allora decidi di smettere di scrivere dediche.

Decidi di scrivere un pezzo della tua vita.

Allora alzi gli occhi, li getti al cielo.

Lo sapevo che un giorno quel piccione sarebbe diventata una piccola colomba bianca.
Lo sapevo.
 
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6.7.09
Breathe

Sospiri.

Le labbra.

Il collo.

Il lobo dell’orecchio.

Sospiri.

E io ti guardo, incantato, mentre sfioro la tua pelle così dolce, così liscia.

Così mia.

E allora ti accarezzo.

I capelli.

Ti sfioro.

Sospiri.

Poi finalmente.

Le schiudi.

Un po’, un po’ soltanto.

Il battito d’ali d’una farfalla.

Il gorgoglio di un rubinetto aperto.

La freschezza di un ghiacciolo.

Il caldo.

Il freddo.

Le tue mani.

Soffici.

Lunghe e affusolate.

Le sfioro.

Ti appoggi.

Guardi fuori.

Socchiudi gli occhi.

Lasciati andare.

Ora.

Per sempre.

Sospiri.

Respiri.

Sogna le onde sul mare d’estate.

Sogna la sabbia sul corpo assetato.

Sogna la luna dentro un raggio dorato.

Sospiri.

Quasi torni.

Mi sfiori.

Le tue mani tra i capelli.

Un bacio a fior di labbra.

Poi sempre di più.

Sempre di più.

E’ un unico andare.

Soltanto sognare.

Mettersi a gridare.

Sospirare.


“...Mi ricordi quel fiordo d’estate, dove tu e io ci trovavamo per fare l’amore. Tu te lo ricordi? Ti ricordi quando, dietro quella piccola insenatura, nascosta dal mondo, accerchiata dal mare, sfilavi quel minuscolo bikini blu, e ridevi come una matta del mio sguardo da bimbo impaurito? Ti ricordi quando, uno sopra l’altro, mi infilavi nelle mani nei capelli e mi sussurravi, piano, nell’orecchio... “Ti amo”? E ogni notte, per tutte le notti, tornavamo in quel luogo dimenticato dal tempo, e vedevamo passare in lontananza le navi, quei piccoli, grandi pescherecci, che soltanto all’alba si congiungevano con noi, sotto ad una flebile striscia d’argento stesa lontano dai raggi del sole. Ogni notte, per tutte le notti, io non dimenticavo mai di amarti, semplicemente scoprivo sempre di più quanto era possibile amarti davvero. Mi chiedevo come, quando, perchè, poi arrivavi tu, facevamo l’amore, e io mi sentivo rinascere. E tu, tu... Tu sospiravi. Tu sei un fiore. Tu sei la vita. Tu sei la vita e un fiore.”

 
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Noi

E allora è mare, e sole, e voglia di ridere e sorridere.

E chiudiamo queste porte, e questi scuri.

Siamo noi che vogliamo volare, ci basta sognare per amare.

Perché in fondo voi potete fare quel cazzo che vi pare.

Ma io sono io, e non ci sarà mai niente che mi potrà cambiare.

Perché poi, perché cambiare?

Per adattarmi a vedere il tuo sorriso, o quello sul suo volto?
E poi guardarmi in uno specchietto e capire che i miei occhi sono spenti?

NO, miei cari, NO.

Urlato, sbraitato, sentito.

Vaffanculo.

Perché io sono quello che è così, con gli occhi stanchi la mattina ma la voglia di vivere nel cuore.

C’è sempre stata, ha soltanto avuto bisogno di lottare per trovare un posto, un posto nel mondo.

Eppure no, non ce l’avete fatta in due a capirci qualcosa, a saltarci fuori.

E non è cambiato, non lo è mai stato.

Mai sentito così tanto distacco.
Ma io sto bene così.

Non è cambiato il mondo, sono soltanto cambiato io.

E lo sento.

Sono così, triste, lunatico, felice e simpatico.

Senza giustificazioni, soltanto sguardi, fatti di richieste, di comprensioni e di accettazioni.

E mi piace essere chiamato Fra, togliermi la scarpe sulla sabbia e bere una birra mentre guido.

Fumare una sigaretta al tramonto, piegarmi in due dalle risate e mettere a posto i libri in disordine.

Sognare una moto, cambiare idea ogni giorni, emozionarsi per tre piccoli gemellini.

Sentire sgorgare una lacrima mentre lei, la più piccola, ti guarda, ti stringe un dito e non lo vorrebbe mai più lasciare.

Lasciandosi coccolare, vedendola addormentare.

E sogno mia nonna lavorare.

Noi, che in fondo, siamo gente che spera.

Ognuno, nel suo mondo, nei suoi sogni.

New York, Roma, l’America o l’Italia.

Un posto in comune, un avvocato a Milano, una vita per essere amati, senza rischiare, soltanto sforzandosi di parlare.

No, mi dispiace, no.

Urlo contro il cielo, canto l’inno d’Italia, sventolo il maglione sopra le nostre teste.

E’ soltanto voglia di vivere.

Che mi mancava, che mi mancava con voi, troppo presi a gongolare sulle cazzate, aspettando un sorriso che era troppo atteso per presentarsi davanti all’abitudine.

No, mi dispiace, no.

E sono solo sguardi da dieci più in macchina, la faccia di un amico, questa volta vero, che ti guarda e ti abbraccia perché ti vuole bene.

Sono queste piccole, grandi cose che fanno stare bene.

Non ti ho mai chiesto niente, mai più di quello che era necessario avere.

Eppure, non è bastato.

Ma ti ringrazio, vi ringrazio.

E’ un 33 agli scritti ciò che ti fa andare avanti, una casa piena di vita ad emozionarti, il suono di una Ducati che riesce a sbalordirti.

Poi crolli, di nuovo, perché è giusto così.

E allora arriva una buonanotte che da anni è uguale, ma ogni sera è diversa.

E allora di nuovo, ti guardi allo specchio, noti un capello bianco.

Un pensiero nuovo, ti dici.


Ho sempre pensato non stessi vivendo davvero la vita.

E sono stato così impegnato a pensare di non viverla, che non mi ero mai accorto di quanto lei stesse bussando alla mia porta.

Amo i pigiami estivi e i libri di spagnolo.

I baci rubati, un bicchiere di vino e le donne dannate.

Fino a un certo punto.


Noi, gente che spera, cercando qualcosa di più, in fondo la sera.

Noi, gente che passa e che va, cercando la felicità, sopra a ‘sta terra.

 
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Domani

Tra le nuvole e i sassi passano i sogni di tutti

passa il sole ogni giorno senza mai tardare.

Dove sarò domani?

Dove sarò?

Tra le nuvole e il mare c'è una stazione di posta

uno straccio di stella messa lì a consolare

sul sentiero infinito del maestrale

Day by day

Day by day

hold me shine on me.

shine on me

Day by day save me shine on me

Ma domani, domani, domani, lo so

Lo so che si passa il confine,

E di nuovo la vita sembra fatta per te

e comincia domani

domani è già qui


Estraggo un foglio nella risma nascosto

scrivo e non riesco forse perché il sisma m'ha scosso

Ogni vita che salvi, ogni pietra che poggi,

fa pensare a domani ma puoi farlo solo oggi


e la vita la vita si fa grande così

e comincia domani

Tra le nuvole e il mare si può fare e rifare

con un pò di fortuna

si può dimenticare.

Dove sarò domani? Dove sarò?


Dove sarò domani

che ne sarà dei miei sogni infranti, dei miei piani

Dove sarò domani, tendimi le mani, tendimi le mani

Tra le nuvole e il mare

si può andare e andare

sulla scia delle navi

di là del temporale

e qualche volta si vede domani

una luce di prua

e qualcuno grida: Domani


Come l'aquila che vola libera tra il cielo e i sassi

siamo sempre diversi e siamo sempre gli stessi

hai fatto il massimo e il massimo non è bastato

e non sapevi piangere e adesso

che hai imparato non bastano le lacrime ad impastare il calcestruzzo

eccoci qua cittadini d'Abruzzo

e aumentano d'intensità le lampadine

una frazione di secondo prima della fine

e la tua mamma, la tua patria da ricostruire,

comu le scole, le case e specialmente lu core

e puru nu postu cu facimu l'amore

non siamo così soli a fare castelli in aria

non siamo così soli sulla stessa barca non siamo così soli a fare castelli in aria

non siamo così soli a stare bene in Italia

sulla stessa barca a immaginare un nuovo giorno in Italia

Tra le nuvole e il mare si può andare, andare

Sulla scia delle navi di là dal temporale

Qualche volta si vede una luce di prua e qualcuno grida, domani

Non siamo così soli


Domani è già qui

Domani è già qui


Ma domani domani, domani lo so, lo so, che si passa il confine

E di nuovo la vita sembra fatta per te e comincia domani Tra le nuvole e il mare, si può fare e rifare

Con un pò di fortuna si può dimenticare

E di nuovo la vita, sembra fatta per te

E comincia domani

E domani domani, domani lo so

Lo so che si passa il confine

E di nuovo la vita sembra fatta per te

E comincia domani


Domani è già qui, domani è già qui.

 
posted by F. Parisi at 01:23 | Permalink | 0 comments
La luna sul mare

A volte ti sembra solo di esserti fermato, di aver rallentato fino a costeggiare, con lo sguardo, quel guardrail che scorre veloce assieme a te, e che ti accompagna.

Ti accompagna verso il mare.

Ti senti un piccolo spettatore, che si guarda dall’esterno, che è capace di vederti, di ascoltarti, di guardarti.

Di guardarti veramente.

Forse è la pioggia, forse è il sole, forse sei soltanto tu.

Ti senti ad una festa, dice il Liga, di cui non hai l’invito.

Eppure, tu a quella festa ci vuoi andare.

Sono passati tanti mesi dalle ultime parole buttate giù, di sera, davanti a un muro bianco, davanti a un piccolo pc.

Sono passati mesi, e sono cambiati sia il muro, sia il pc.

Quel che ancora non sai è che sei cambiato anche tu.

Lottando, sorridendo e sì, a volte anche piangendo, sei a petto nudo sotto al sole, con quel giubbotto colorato, a costruire la tua strada.

Picchiando, forte a volte, quasi sentendoti male.

Bussando, molto più piano, come quando dici perché no.

E così sali su una macchina, di cui ormai non ti vergogni più.

Inviti, aspetti, ascolti e ti sorprendi.

Esci da lavoro, con già il sorriso sul volto.

Già, il sorriso.

Anni che lo aspettavi, anni che lo chiedevi, e ora che è arrivato, anche se soltanto per piccoli, pochi attimi, non ti sei nemmeno fermato ad assaporarlo.

Ma è così che è giusto fare.

Lo noti in quelle piccole fossette che ti si aprono ai lati di quelle labbra sempre un pò... troppo per te, ma a cui ormai vuoi bene, a cui vuoi bene come si può voler bene solo a sé stessi.

Con la rabbia ci nasce, o ci si diventa, tu che sei un esperto non lo sai.

Di uno ti sei sempre fidato, nell’altro hai imparato ad aspettare.

Dopo lunghe camminate, ruote cambiate e spritz annacquati, guardi negli occhi qualcuno e ci leggi quello che forse non ci hai letto mai.

La voglia di sorridere, di vivere e di amare.

Quell’amore che tu non hai ancora imparato ad ammirare.

Allora, un pò allungato dall’alcol, ti senti gridare scusa, francé, scusa, e anche se il perdono é cosa lunga, nel tuo piccolo si sente bussare.

L’amicizia, come l’amore, passano come un terremoto nel tuo cuore.

Anni, lunghi e faticosi, a costruire, a capire, ad arrabbiarsi e ad ascoltare.

Poi, come il sisma che ha devastato una parte di Noi, e che ci ha soltanto lavato gli occhi, basta un piccolo sussulto per dimenticare tutto quanto.
In un mondo falsamente ipocrita, che si tocca con mano e nel quale tanti amano sguazzare, mi sento di poter dire: sì, ho sbagliato.

Le persone non cambiano, quello no.

Cambia soltanto il modo di vederle.

E tu puoi, di volta in volta, guardarle da un lato diverso, come un prisma sotto i raggi del sole.

E quanto è emozionante scoprire ogni volta un piccolo lato nascosto dal buio, quant’è assurdo capire che dietro ad ogni paio di occhi che incroci, giorno per giorno, c’è un mondo che aspetta soltanto di vivere.

Quanto è delicato vedere l’equilibrio che ognuno di noi, raccontando stronzate, facendo battute o piangendo a dirotto, si costruisce per sopravvivere in un mondo così complicato.

Quanto è facile saltare su una spiaggia sotto la pioggia, sopra una canzone di cui nemmeno hai mai saputo le parole, abbracciandoti e sentendoti pieno di un qualcosa che nemmeno riesci a spiegare.


Quanto è bello sedersi su una sdraio di fronte ad uno specchio d’acqua, guardando ridere Chiara di Russi, vedendo accendere una sigaretta dal Salento, sentire che, in quel momento, siamo tutti illuminati dalla luna sul mare.



“Hai cercato di capire, ma non hai capito ancora, se di capire si finisce mai.

Hai provato a far capire con tutta la tua voce anche solo un pezzo di quello che sei.”

 
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