Anniversari

In giorni festivi come questi è semplice sedersi a tavola, ridere, bere e scherzare.
Credo sia anche giusto farlo.
Credo però sia giusto fare questo e molte altre cose essendo consapevoli di ciò che nella storia ci ha portato, direttamente o indirettamente, a sederci ad una tavola con parenti, amici o perfetti sconosciuti in un giorno che, casualmente, cade come Pasqua.

Pasqua, quest’anno, è caduta alta.
Per puro scherzo del destino, oggi, 24 aprile, si festeggia anche un altro anniversario, sconosciuto pressoché a chiunque, ma che non per questo motivo non va citato.

Oggi 24 aprile si celebra il 96° genocidio armeno.
Molti nemmeno sanno dov’è, l’Armenia.
L’Occidente, che assiste indifferente oggi al genocidio del popolo palestinese, sembra essersi dimenticato dello sterminio della popolazione cristiana armena da parte del regime turco.

Qualche nota: l’impero Armeno è stato il primo ad adottare la religione cristiana, quella stessa religione che oggi ci dice che è Pasqua, resurrezione del Signore.
Nel 1915, una armata chiamata Giovani Turchi, pronipoti dell’immenso impero ottomano, inizia lo sterminio degli armeni residenti nella parte turca dello stato, continuando un massacro iniziato già sei anni prima con 30.000 morti che si conclude solo nel 1918.
In soli 9 anni, periodo insignificante nella storia dell’umanità,  vengono uccise circa 1.500.000 persone, oltre a 100.000 bambini sradicati dalle loro famiglie sopprimendone tradizioni e cultura.
Oltre due terzi della popolazione ai tempi residente non avrà futuro.

Il motivo?
Negli scontri al confine tra Russia caucasica e Turchia, questi ultimi, schierati con le Potenze Centrali, hanno la peggio. Tra i soldati impiegati nella guerra vi sono anche parecchi armeni: non tutti combattono, alcuni combattono a fianco dei Turchi, altri erano già residenti in Russia e si ritrovano a fronteggiare il vicino di patria.
I conflitti volgono sempre a sfavore dei Turchi, che prontamente incolpano gli armeni delle sconfitte: un motivo futile per perpetuare quell’odio nazionalista scattato anni prima. La sconfitta della Turchia nella Prima guerra mondiale sembrò portare ad un riscatto dei 600.00 armeni sopravvissuti al genocidio, ma paradossalmente le pressioni dei vincitori per processare i responsabili dell’immenso massacro servì solo a completare lo sterminio.

Oggi la Turchia nega in maniera più assoluta le cifre del massacro: le riduce di oltre il 70, a volte anche il 90 %.

Anche seguendone le indicazioni numeriche, è innegabile che più della metà della popolazione armena sia stata sterminata.

Oggi è un giorno di festa, ma in alcuni Paesi anche un giorno di ricordi dolorosi.
Informatevi.

 

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Una nonna fantastica

Durante un sonnellino pomeridiano, mia nonna ha iniziato a parlare.
E come ha parlato!
Ha difeso strenuamente qualcuno, senza mai chiamarlo, promettendo vendetta a chiunque avesse l’avesse toccato.
E come stringeva i pugni!
Stringendo le labbra sussurrava velenosa: “Ah, ma adesso no, non mi freghi! Te lo faccio vedere io! Sempre da solo, se l’è cavata, lui!… e tu! Maledetto!”
E come le saettavano gli occhi!

Poi, d’incanto, si è passata le mani sulla faccia, si è stropicciata gli occhi, si è alzata, mi ha guardato, è corsa in cucina, ha guardato mia nonna, poi si è girata e ha puntato la porta.

Subito, credendola sonnambula, l’ho fermata.
Ma lei era sveglissima! Eccome! Mi ha guardato, mi ha abbracciato e ha detto: “Tu sei il bastone su cui appoggiarsi quando vecchi.”

Forse non ha usato proprio queste parole, ancora in preda a un movimento incontrollato, ma questo è ciò che ha sussurrato.

Poi si è seduta, con occhi soddisfatti mi ha lanciato un’ultima occhiata, e si è addormentata nuovamente.

Nessuno saprà mai contro chi ce l’aveva, ma…

Che nonna fantastica!

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Remembering to…

Spulciando vecchi (neanche tanto!) ricordi, ripropongo il mio articolo su New York e un bel video sulla città che non dorme mai…

Gli immensi e graffianti palazzi di vetro che ti rendono nulla più che un moscerino, quei tombini che fumano e che non sai ancora oggi il perchè, quella serie infinita di semafori rossi dritti che sembrano quasi non finire più.
Poi cresci, nella vita affronti situazioni diverse, incontri persone speciali ma anche altre che di speciale non hanno nemmeno un briciolo d’ombra, e prosegui camminando, a volte a testa bassa, altre volte riuscendo, quando puoi, ad alzare gli occhi e a sorridere al cielo.
Poi cresci, e nella stessa vita sentimentale, fatta di rapporti, sguardi, litigi e amori e amori, scopri cos’è la curiosità.

Sono un folle innamorato di Parigi, mi sento a casa come non mai quando mi infili tra le Rue e i Boulevard, ma, si sa, Parigi è in un continente che è detto “Vecchio”, e a volte c’è bisogno di qualcosa di “Nuovo”.

Così, quasi per caso, in una sera estiva, trovandomi a cena con amici, Massimo disse che cercava qualcuno con cui visitare New York, e fu l’occasione giusta per, se non lasciare, almeno osservare il “Nuovo”, lasciando per un pò il “Vecchio” nella sua posizione abituale, tradizionale, e lasciarlo scorrere per un pò senza farne parte.

Ed essere invece parte di qualcosa di immensamente più grande, di quelle città che sogni nei libri di Grisham, e di Auster e di De Mille (che consiglio, a tutti).

Così, da una cosa nata quasi per scherzo, mi ritrovo una domenica mattina, accompagnato da una morosa fin troppo comprensiva, a Linate, pronto a partire per il mio viaggio aereo più lungo, il mio soggiorno fuori dal mio appartamentino da scapolo impegnato in una nebbiosa cittadina emiliana, il mio sogno più grande: New York City.

Non è solo questione di obiettività, il viaggio.
E non lo è New York.
Quante cose, immaginate e sognate, viste nei film e ripetute nei libri, si sanno prima di arrivarci davvero?
E sono talmente tante che, a volte, ti senti che sei un pò preso in giro, che la vita non è un film e allora New York non è così sul serio, e poi, e poi, e poi.

Sbagliavo.

New York è davvero un film, o, più semplicemente, New York è un film vero.
Il primo ricordo che ho di New York è una impalcatura in ferro che copre il primo pezzetto di cielo sbucando dalla Metro Blu.
Ed è quasi metaforico il fatto che New York sia così, sempre in ricostruzione, fatta di un milione di minuscoli mosaici che si incastrano l’uno sull’altro crescendo sempre più, per poi modificarsi ad ogni passo su questo muro lastrellato di pietruzze colorate.
Un impalcatura su un palazzo sotto al quale vigila il sempre e presente ed enormemente diffuso Starbucks, e fa sorridere vedere un modo un pò italiano di soffermarsi vicino alle vetrate per scroccare un pò di Wifi.
Un impalcatura e un palazzo di vetro enorme, forse il più grande che avessi mai visto tolto il Pirellone.
Siamo ad Astor Place, nel Village, e l’impatto è un pò duro.
Per il nostro fuso orario è tardissimo, si esce dalle discoteche e ci si fionda un pò brilli nelle pasticcerie aperte di buon’ora, e a New York invece sono le 23, pardon, o meglio, Sorry, le 11 p.m., of course.
Ci si perderebbe raccontando minuziosamente gli alberghi, le disavventure, le avventure, la gente, i musei e i monumenti.
Non voglio.

Quel che merita davvero di essere raccontato, di New York, è l’aria che vi si respira.

Questo viaggio, per me, è fatto di odori.
Forti, acri, a volte nauseabondi, ma di certo significativi.

Siamo a Chinatown, e ti senti fortemente protagonista di un film dove Jackie Chan spunterà da un momento all’altro inseguito da chissà quali banditi.
Ti siedi in uno di questi ristoranti che “prova” a convincerti, e vedi i prezzi, e allora ordini, e in men che non si dica hai un enorme tavolo reso minuscolo dalla quantità impressionante di cibo che ti si riversa addosso.
E così, tra risate e the caldo, e minuscoli bicchieri di acqua ghiacciata, esci e sospiri vedendo una Italia in miniatura che ahimè, conferma il “Pizza, mafia e mandolino”.
Ciro’s Pizza, Pasticceria Ferrara, e allora rivedi cose di casa, ma le cose di casa possono essere solo a casa, e il resto non è altro che un tentativo pessimo di espiantarsi all’estero. Mi sono sentito un pò meno italiano, a Little Italy.
E gli hot dog ad ogni angolo di strada, che ancora me li sogno e che sono stati una splendida scoperta, e a che a un dollaro in Italia forse forse ti ci compri si e no un pacchetto di cicche, ma forse nemmeno più.
E respiri un’aria diversa a seconda che tu ti affacci sull’Hudson o sull’East River, o forse no, ma a me è sembrato proprio così.
Guardi il New Jersey e lo vedi come l’estensione di New York, e invece no, è un altro stato, e allora, da buon Newyorkese, un pò disdegni la costa al di la del fiume, e ti rigiri osservando le luci che si accendono su Manhattan, e sospiri mentre sali sul Top of the rock sospiri pensando di stare guardando solo una cartolina.

No, è tutto vero, downtown si stende ai tuoi piedi.

Aerei partono e arrivano, minuscoli taxi gialli, ma gialli davvero scorrono veloci sui sensi unici cittadini pregando per l’onda verde, e spii un pò con i binocoli a gettoni tavoloni ovali sui quali si siederà chissà chi, e magari nascera una nuova moda, e tutto da quei tavoli e quelle sedie li, che ti sembrano vicine, vicine per davvero…

New York, come dice la mia amica Aireen, (Irene, of course), è donna, ma con le palle.
Sono d’accordo.

New York la sento donna, ma con un saldo palo piantato nel didietro, perdonando l’espressione.
Una città che ti accoglie, ti ammalia, ma ti prende, ti manipola.

Lo senti lassù, in alto, con milioni di luci che ti accolgono.
Lo senti lassù, guardando la punta dell’Empire ricoperta dalla foschia, dalla quale ti aspetti esca King Kong torreggiando da un momento all’altro.

New York, soltanto osservata con gli occhi, non basta.
New York è da sentire e respirare.

A maree i taxi, ma con motori pressochè sordi, silenziosi, e ti stupisci.
A maree le persone, ma è un brusio coinvolgente, carico, rumoroso ma invitante.

Ma soprattutto, è il suono di un sax a richiamare l’attenzione mentre scorazzi a Central Park in bicicletta, sentendoti, forse per la prima volta davvero, libero nella tua vita.

Sì, perchè New York è anche so jazz, and so green.

E solo per Central park ci vorrebbero migliaia di parole, e non voglio.

Me ne basta una.
Pace.
New York è so all.
Veramente tutto, letteralmente.

In fondo, in questo viaggio cercavo una parte di me.
Credo di averla trovata, e seppur non senta casa mia New York, perchè nella vita ci si innamora una volta soltanto, credo di aver trovato una buona amica.
Una buona amica, con le palle.


Alone in New York from Giuseppe Vetrano on Vimeo.

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Il signoraggio

“Il signoraggio è l’insieme dei redditi derivanti dall’emissione di moneta[1][2][3]. Il premio Nobel Paul R. Krugman, nel testo di economia internazionale scritto con Maurice Obstfeld, lo definisce come il flusso di «risorse reali che un governo guadagna quando stampa moneta che spende in beni e servizi»[4][5]. Il termine deriva dal provenzale senhoratge, derivazione di senhor, che in italiano significa signore. Nel Medio Evo, infatti, i signori feudali di tutta Europa cercarono di rendersi indipendenti dai sovrani attribuendosi il diritto di battere moneta e la titolarità dei relativi redditi[6][7].”
Fonte: Wikipedia

Forse molti di voi non hanno neppure mai sentito parlare di signoraggio.
Il signoraggio, detto in maniera MOLTO semplice, è il ricavo che ottiene chi produce le banconote e le monete.
Voi direte: “E che mi frega a me?”
Nulla. Proprio quel nulla che lascia nell’ignoranza la maggioranza della popolazione.

Facciamo un passo indietro.
Spesso, spessissimo, sentiamo dire dai nostri cari governanti che il nostro paese ha un DEBITO PUBBLICO. Questo debito pubblico è, puntualmente, ogni anno più elevato.
Spesso, spessissimo, ci chiediamo: “Debito pubblico? Sì, ma a chi mai dovremo dare tutti questi mila miliardi di euro?”
Perchè, da che mondo e mondo, se A è debitore, lo sarà presumibilmente verso B, e quindi dovrà saldare il debito verso B, prima o poi.
Giusto?
Bene, ora è il momento di SVELARE verso chi il nostro caro amato stato è debitore.

Quando avevamo le lire, esisteva la Banca d’Italia.
La Banca d’Italia era l’unica (poichè in Italia, ed ora in Europa, vi è il monopolio della produzione delle banconote) ad avere la possibilità e il diritto di stampare banconote.
Ora, con gli euro, la Banca Centrale Europea è l’unica ad avere il diritto (anch’essa in monopolio) di stampare gli euro.

La Banca Centrale Europea produce la banconota.
La banconota, come oggetto, equivale a un frullatore, ad una sedia, ad un computer.
E’ un oggetto, e in quanto tale ha costi di produzione, di trasporto e di manutenzione.
Ecco, il costo di produzione di una banconota è, per la Banca Centrale Europea, BEN TRENTA CENTESIMI.

Cosa ci fa la Banca Centrale Europea?

La “PRESTA” agli stati.
Il cui prestito è corrisposto, dagli stati stessi, da OBBLIGAZIONI di stato.

Il valore di queste obbligazioni?
Trenta centesimi, direte voi, no?

No, il valore dell’obbligazione corrisponde alla cifra impressa su una banconota.
Quindi, a fronte di un costo di stampa di trenta centesimi, lo stato dà una obbligazione pari alla cifra stampata su questa banconota.
Sarebbe a dire che la Banca dà allo stato un oggetto del valore di trenta centesimi, e lo stato in cambio mi dà, per una banconota con su impresso 100 cento euro, un obbligazione pari a cento euro.

Quindi, il ricavo che la Banca ne ottiene dallo stato è di, interessi esclusi, circa NOVANTANOVE EURO.
Ecco, questa differenza è il signoraggio.
Ovvero, il ricavo (interessi inclusi) che la banca ottiene “prestando” denaro agli stati.

Un pò come se io, produttore di frullatori, producessi un frullatore, ma siccome ci scrivo sopra DUEMILA EURO, volessi dai miei clienti duemila euro.

Eh, c’è scritto sopra!

Quindi, per ritornare sul discorso, gli stati sono TUTTI indebitati verso le Banche e, per giustificare il suddetto debito, creato da un sistema NON voluto dai cittadini, lo Stato si prende il diritto di tassare ogni cosa, adducendo costi al popolo che in realtà vanno a risanare un debito ASSOLUTAMENTE NON VOLUTO E NON PRODOTTO DAI CITTADINI.

Come ogni persona con un minimo di intelligenza sa, se qualcuno ha in mano i nostri debiti, come in questo caso le Banche hanno in mano i “debiti” degli stati, diventandone creditori, la nostra vita sarà sempre condizionata da chi vuole i soldi.

Chiaramente, se la Banca fosse un semplice stato SUPER PARTES, non ci sarebbero problemi.
Il problema è che le Banche, oggi, sono delle Società Per Azioni, quotate in borse, lucrano su queste ed altre operazioni, come, ad esempio, le riserve frazionarie.

Fondamentalmente, siamo sempre inculati.
Almeno, però, non facciamoci inculare perchè ignoranti.

Il mio discorso forse non è così chiaro, per questo, la rete e YouTube aiutano a comprendere.
Informatevi.

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Berlusconi, elettori non benvenuti

BERLINO – “E’ solo una foto, quella che vedete qui sotto, ma è significativa. Si tratta di un cartello esposto da coloro che gestiscono un ristorante a Berlino e fotografata da un turista. E significative sono le scritte: “Berlusconi-elettori non benvenuti” e “Niente cervello-niente servizio”. A giudicare da come sono scritte, sembrano opera di qualcuno di madrelingua tedesca.
Il punto non è tanto il cartello in sè, che può essere valutato anche come goliardico o una boutade. E’ ciò che rappresenta: la sfiducia e il disprezzo verso gli italiani che eleggono come capo del governo una persona del genere. Infatti non è un caso isolato: di recente, durante la sfilata dei carri allegorici del carnevale di Dussldorf è stato mostrato un carro dove un mafioso sodomizzava un Berlusconi felice; a Berlino un altro carro mostrava sempre Berlusconi che nuotava in un mare di tette. Il nostro è l’unico capo di governo che non viene mai associato ad alcuna attività legislativa, positiva o negativa che sia.”

di Antonio Rispoli

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Quelli che…

Quelli che passano la vita al lavoro, mentre bisognerebbe cercare il lavoro della vita.
Quelli che dicono di amare gli animali, mentre sono gli animali ad amare loro.
Quelli che parlano senza ascoltare, mentre si dovrebbe ascoltare senza parlare.
Quelli che sognano ad occhi aperti, mentre si potrebbe aprire gli occhi sui sogni.
Quelli che hanno passione per la cucina, mentre basterebbe cucinare con passione.
Quelli che corrono contro il tempo, mentre bisognerebbe avere tempo per correre.
Quello che cercano la vittora, mentra la vittoria sarebbe la ricerca.
Quelli che dimenticano con facilità, mentre non è affatto facile dimenticare.
Quelli che credono in Dio, mentre mi sembra che Dio proprio non ci creda, a noi.
Quelli che muoiono uccisi, mentre alcuni uccidono per non morire.

Quelli che credono di avere sempre ragione, mentre a volte io vorrei avere una ragione per credere.

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L’uomo che non poteva scendere dall’aereo

Molto tempo fa, un giovane uomo, vestito di tutto punto, con indosso uno zaino colmo fino all’orlo di cianfrusaglie e intingoli vari, decise di fare il giro del mondo, e nello stesso momento si ripromise di tornare solo quando tutti i paesi del globo avessero avuto le sue grandi impronte sul terreno.
L’uomo partì, prese un grande aeroplano bianco e inizio a sorvolare i paesi lontani.
Discese in Francia, flirtò con una ragazza col nasino all’insù sotto a una grande torre di ferro, poi ripartì, camminò per tutta l’Europa.
Vele in Portogallo, tori in Spagna, cabine rosse in Inghilterra, pascoli verdi in Irlanda. Birra in Germania, mulini a vento in Olanda, una sirenetta in Danimarca, Babbo Natale in Lapponia.
Arrivato all’estremo est, vide un cartello che segnalava la fine dell’Europa.
“Ho terminato il mio viaggio” disse tra sé l’uomo, ancor giovane, seppur un pò meno.
Riprese un aereo, sempre bianco, ma un pò meno piccolo, e puntò verso casa.
Chiacchierando col suo vicino di viaggio, l’uomo con lo zaino colmo, ma un pò meno pieno, si sentì raccontare cose immense di un paese che non conosceva. L’America.
Subito sobbalzò in aria, i capelli arruffati divennero lisci e poi ricci e poi blu, si ricordò della promessa fatta e decise che no, lui non poteva rompere una promessa fatta.
L’aereo atterrò, tutti i passeggeri ne discesero, tranne uno.
L’uomo con il grande zaino e i capelli ora blu si affacciò alla porta, lascio cadere una lacrima sul terreno e ripartì, questa volta per l’America.
E quali sorprese lo aspettavano! Mangiò gli hamburger più buoni di sempre, comprò della frutta in cambio di un pensierino in una bancarella notturna sulla 102esima East, vide le cascate del Niagara e ripercorse le strade del blues da Chicago a New Orleans, sfidò pistoleri impazziti in Texas prima di concedersi una vittoria a Las Vegas, e si lasciò cullare dal sole che lento spariva dietro il mare a Los Angeles.
Soddisfatto, riprese a camminare felice di aver visto il mondo intero. Camminò e camminò verso sud, fino a quando non vide un cartello che segnalava la fine dell’America.
Subito dopo, una bandiera vagamente familiare riportava la dicitura MESSICO.
“Ma… allora… il mondo non è finito!” esclamò estasiato.
E allora via, tra Venezuela, Colombia e Perù, la cordigliera cilena e il carnevale di Rio, fino ad arrivare laggiù, nella fredda Terra del Fuoco.
“Ora ho visto il mondo!” disse l’uomo ormai maturo, con uno zaino mezzo pieno.
Riprese un aereo, e mentre sedeva comodo pregustandosi l’atterraggio, lesse su una rivista di un enorme continente, per lo più disabitato, con strani animali che zompavano veloci e di piccoli orsacchiotti che mangiavano eucalipto.
Questo continente si chiamava Australia.
Di nuovo, fulmini e saette, salti ballerini e incredibili piroette colorarono di rosso i capelli dell’uomo maturo.
L’aereo atterrò, l’uomo lanciò una lacrima verso gli amici, non ne discese e ripartì, per il continente più rosso del mondo.
E che sorpresa lo attese! Spiagge, gente bellissima, animali incredibili e tanto tanto sole!
La barriera corallina, i canguri e i koala, i piccoli pinguini e gli enormi serpenti!
Con gli occhi ancora pieni, l’uomo un pò anziano e con lo zaino vuoto per tre quarti, salutò quel popolo felice con gli occhiali da sole e ripartì, stavolta per tornare a casa davvero.
Ancora non sapeva che avrebbe sorvolato l’Asia.
Ma stavolta, deciso a non versare più lacrime, l’uomo un pò anziano prese un aereo da Perth, sempre più bianco ma ancora un pò più piccolo e, dopo esser atterrato in una isoletta a est di tutto, iniziò a camminare verso casa, partendo da Oriente, puntando l’Occidente.
Vide un paese distrutto ma speranzoso, una catastrofe l’aveva colpito.
Questo paese si chiamava Giappone.
L’uomo un pò anziano diede l’aiuto che poteva alla popolazione, e ciò che più gli premeva era scorgere, dietro quelle anonime mascherine, il sorriso di un bambino.
Quando vi riuscì, l’uomo un pò anziano potè ripartire.
Percorse la Cina, così grande ma così silenziosa. Laboriosa, ma tenuta all’oscuro. Percorse l’India, immensa e caotica, calda e accogliente. I paesi arabi, distrutti dall’odio e dal petrolio, poi salì, e incontro l’immensa Russia. Lo accolse il gelo, lo accolsero la vodka e le ferite di un paese che mai si erano rimarginate. Lo accolsero anche il caloroso abbraccio di Boris, gli occhi speranzosi di Irina, la volontà di cambiare di Jacob.
“Che enorme paese è l’Asia!” sospirò l’uomo ormai anziano, risalendo su un aereo ancora più piccino, sembre più bianco, mentre uno zaino praticamente vuoto riposava sopra di lui.
Ma di nuovo, il Mondo intero non lo volle a casa.
Sullo schermo davanti al suo sedile, notizie riguardanti il Continente Nero continuavano a passare.
Di nuovo, a un passo da casa, l’uomo anziano lanciò due lacrime intere verso gli amici che ancora lo attendevano.
Maledisse la sua promessa, e con un aereo minuscolo, dove non v’erano sedili ma soltanto appigli per le mani, ripartì per il grande Continente Nero.
Atterrò zoppicando in Sudafrica, dove lunghi strumenti colorati emettavano suoni profondi.
Poi risalì, incontrò tigri bianche in Namibia, aiutò bambini malati di Aids in Zambia, provò a correre con i Keniani e gli Etiopi, che sorridendo lo aiutarono a sorreggersi, ormai allo stremo delle forze.
Vide il Grande Deserto del Sahara, le maestose piramidi d’Egitto e ancor più sù, passando per Libia e Algeria, dove incontrò la guerra.
Una guerra insulsa, dura e senza senso, fatta di soldati senz’anima e gente allo sbando. Fatta di donne e bambini impauriti, fatta di giovani che fuggono verso l’ignoto, fatta di cattiveria e povertà.

Il vecchio uomo si trova sul mare, ora.
Lo zaino è ormai vuoto, pochissime cose ancora lo colmano.
Vede minuscole barche bianche riempirsi di persone, molte più di quante ce ne sarebbero potute stare.
Ne vede partire una, due, dieci.
Poi si imbarca anche lui, stanco di aver visto tutto quel dolore.
Il vecchio uomo arriva stremato a riva, ha perso il suo zaino e tanti compagni, durante quel viaggio.
Lo accolgono persone in divisa, che lo trattano come un delinquente.
Lui è troppo stanco per protestare, ma sente che la lingua di quelli in divisa è familiare.
Quella lingua è la sua.

Il vecchio uomo era a casa, era davvero finalmente a casa.
Sfuggì per quanto poté agli uomini in divisa, elemosinò passaggi e saltò su treni, impiegò giorni ma arrivò in quello stesso aeroporto dove, tantissimi anni prima, era partito.

Ma in quell’aeroporto, ormai, nessun amico rimaneva ad attenderlo.

“Gli anni sono passati, io ho visto il mondo, ma ora non ho più nessuno con cui condividerlo.”

Il vecchio uomo si vide riflesso in una vetrata, si guardò a fondo e fece l’unica cosa che sapeva fare nella vita.
Si girò e salì su di un piccolissimo aereo bianco.

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Fukushima, viaggio nel silenzio

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